“Bystander Effect”. E voi…Siete mai stati spettatori?


Stazione di Bologna, binario 6.

Sto ancora cercando di riprendere fiato per la lunga corsa, quando l’altoparlante comunica che il treno farà 22 minuti di ritardo. Una volta tanto Trenitalia gioca a mio favore.

Sono di ritorno da una perizia per un caso di separazione.

Al mio fianco c’è la mia assistita, una bella donna, minuta e dai tratti gentili, e suo figlio di poco più di 2 anni.

Far viaggiare bambini così piccoli è sempre un’impresa, soprattutto quando hanno imparato da poco a camminare. La signora comunque non demorde e, armata di giocattoli e passeggino, tenta di far addormentare il piccolo prima che arrivi il treno, chiaramente invano: troppi rumori e troppi stimoli diversi.

D’improvviso sentiamo lamenti in lontananza. Sembrano provenire dal primo binario, ma data la folla generale riusciamo ad esserne sicure solo dopo qualche minuto. Un clochard, un probabile senzatetto, si sente male. La bottiglia d’acqua gli è già scivolata di mano, versandone tutto il contenuto a terra. Lui, accasciato e privo di forze, inizia a chiedere aiuto.

Nessuno dei presenti sembra però preoccuparsene, tutt’altro. C’è chi parla a telefono, chi fuma poco più avanti, chi lo guarda disgustato, chi accelera il passo.

Cosa sta accadendo? Perchè questo disinteresse generale?

Questo fenomeno è spiegato da Darley e Latané, che nel 1968 coniarono il termine “Effetto Spettatore” (=bystander effect) per indicare come, in una situazione di emergenza, più è alto il numero di presenti, minori saranno le possibilità che qualcuno intervenga ad aiutare chi è in difficoltà.

I primi studi risalgono al 1964, in seguito al famoso assassinio di Kitty Genovese, avvenuto in strada sotto gli occhi di 38 persone, che rimasero impassibili. Il 911 fu chiamato infatti solo dopo la morte della donna, avvenuta ben 30 minuti dopo le prime coltellate.

Il caso suscitò un tale scalpore nell’opinione pubblica da dar vita a un’intera area di ricerche psicosociologiche per rispondere ad un’unica domanda: “Perchè le persone non aiutano?”.

L’inibizione del comportamento prosociale sembra derivare da tre fattori principali:

Diffusione di Responsabilità: “Siamo così tanti, qualcuno sicuramente farà qualcosa”. Quando sono presenti molte persone, ognuno si sente moralmente sgravato dall’impegno di dover fare qualcosa.

Ignoranza Collettiva: in una situazione di emergenza ognuno tende a guardare l’altro per capire cosa si debba fare. E’ come se mancassero le informazioni per decifrare ciò che sta accadendo e come bisogna agire, diventando senza volerlo modelli di passività per gli altri.

Paura dell’imbarazzo: la presenza di altre persone innesca sentimenti di disagio, comportando un’ansia sociale che inibisce l’intervento, soprattutto se si è già in dubbio sulla possibilità di intervenire. E’ inoltre presente anche la paura della valutazione, per cui si può temere di aver interpretato male la situazione e di conseguenza sentirsi sciocchi o giudicati tali.

Un famoso esperimento mise in luce come ad una richiesta di aiuto, l’81% delle persone che credeva di esser sola aiutava chi era in difficoltà, mentre la percentuale scendeva al 31% quando le persone erano in gruppo.

Cosa possiamo fare per evitare di cadere in questa trappola di inattività?

Alcuni psicologi suggeriscono che essere consapevoli di questa tendenza è già un modo per rompere il ciclo, tuttavia è necessario valutare innanzitutto se la situazione è pericolosa. Pertanto contattare i servizi di emergenza può essere già un primo passo. Gli studi hanno inoltre evidenziato che le persone sono più propense ad intervenire quando:

– Si conosce la vittima

– Si è addestrati alla difesa personale o si ha una formazione medica

– Si crede che la persona sia meritevole di aiuto.

Nel frattempo il mio treno è arrivato, ho aiutato la mia cliente a salire i bagagli e il piccolo è già alle prese con i primi capricci. Sono seduta nel mio vagone e di getto sto scrivendo questo articolo, rimuginando ancora su quel quarto d’ora passato ad osservare in lontananza senza la prontezza di avvertire nessuno.

Tento invano di giustificarmi, ma so bene che decidere se aiutare i nostri simili quando hanno bisogno è una scelta solo nostra. Spetta solo a noi scegliere se essere passivi o intervenire.

Spetta solo a noi tirar fuori ciò che di eroico abbiamo.

 “Ognuno deve sentirsi l’unico responsabile di tutto” ( Don Lorenzo Milani)

 

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